Racconto – TITOLO 

Ho conosciuto Giovanna e Annamaria Lombardo quasi cinque anni fa, nell'autunno del 2018. Ero arrivata in Italia da un anno e non conoscevo ancora bene la lingua. Io e Giovanna lavoravamo per una ditta di pulizie, la EcoShine Servizi; all’epoca ci occupavamo di pulire le aule universitarie nelle sedi di via Zamboni. Non avevamo confidenza, parlavamo poco, quasi nulla, ma quel poco è bastato per permettere a Giovanna di intuire le mie esigenze e usarle a suo favore. 
Ogni mattina Giovanna arrivava in università con una decina di minuti in anticipo e mi aspettava sull’uscio con una sigaretta tra le dita e lo sguardo incazzato; io, sempre in ritardo, gettavo di corsa la mia roba nell’armadietto e mi precipitavo in guardiola per prendere le chiavi dello sgabuzzino e recuperare gli utensili da lavoro.
Era un periodo faticoso. Ogni giornata sfumava in quella successiva senza che me ne accorgessi. Dovevo trovare quanto prima una sistemazione stabile dove dichiarare la residenza per il rinnovo del permesso di soggiorno.
Trascorrevo giornate intere tra chiamate con le agenzie immobiliari e ricerche su gruppi Facebook.  Un pomeriggio, dopo l’ennesima telefonata a vuoto, Giovanna mi si avvicinò, stranamente loquace - Buongiorno cara! Che sole stamattina eh. Seguiva ogni mio passo e per una volta era lei a portare i detersivi. Capii che aveva bisogno di me. Un attimo dopo, infatti, mi propose di badare a sua madre, ultraottantenne, praticamente indipendente, andando ad abitare con lei in una casa carinissima, con giardino, balcone, tv e tutto il resto. Mi assicurò che il lavoro non sarebbe stato così impegnativo e in cambio mi avrebbe dato qualcosa per il disturbo.
La proposta era allettante, come potevo rifiutare? Accettai. Così, su due piedi. Senza pensarci troppo.

In questo modo la signora Annamaria è entrata nella mia vita: ho conosciuto la sua storia, i suoi silenzi, i suoi segreti. Era una donna di carattere, ironica, tutta d’un pezzo. Ho ancora una sua foto sul telefono: forse l'avevo scattata per mandarla a Giovanna, per ricordarle che aveva una madre. Infatti veniva di rado a trovarci e aveva poca cura di Annamaria, riservava a entrambe lo stesso trattamento: un saluto freddo e poche parole di circostanza. In fin dei conti, le andava bene che fossi io a farmi carico di tutti i problemi di sua madre.
Annamaria, invece, era molto loquace, ma io la capivo a malapena. Aveva uno strano accento, veniva dal sud Italia. Anche lei aveva lasciato casa sua per cercare lavoro altrove, questa cosa ci faceva sentire simili, accomunate dalla stessa sorte: entrambe eravamo scappate senza guardarci indietro. 
I primi periodi sono stati piacevoli, devo ammettere che li ricordo con affetto. Per la prima volta da quando ero arrivata in Italia abitavo in uno spazio che potevo chiamare casa. Insieme avevamo costruito una solida routine: la svegliavo ogni mattina portandole il caffè a letto - cara, mi raccomando, poco zucchero -, aprivo gli scuri per metà, come piaceva a lei, per non far entrare troppa luce. Dopo, la portavo in bagno, le facevo la doccia, la accompagnavo sulla sua poltrona, dove avrebbe trascorso il resto della mattinata; nel frattempo, io rassettavo la casa e preparavo il pranzo. 
Nel pomeriggio, guardavamo la televisione o le leggevo un libro. Anche se non capivo tante parole, lei mi incitava e mi rassicurava. Il nostro programma preferito era l'Eredità, su Rai1: ci divertivamo a indovinare la parola di cui a una a una si scoprivano le lettere. Così ho imparato l’italiano. Mi trattava quasi come una figlia, diceva che ero il suo angelo custode. Passavamo ore a chiacchierare e a raccontarci tante storie del nostro passato, finché un giorno le ho chiesto del padre di Giovanna: lei si è irrigidita e non ha risposto, poi a mezza bocca: è morto tanto tempo fa
C’era solo un momento di cui non facevo parte: quando mi chiedeva di lasciarla sola nella sua stanza per aggiornare il suo diario, di cui era molto gelosa. Non potevo toccarlo, non potevo aprirlo e soprattutto non potevo disturbarla per nessun motivo, nessuno! 
Io cercavo di rispettare le sue richieste, ma morivo di curiosità. Passavo più volte davanti alla porta socchiusa, solo per vederla scrivere e osservare le sue espressioni.
 
Una mattina Giovanna ha accompagnato Annamaria in ospedale per il controllo annuale dal cardiologo (ogni giorno dopo colazione le ricordavo di prendere le due compresse per la pressione). Sono rimasta a casa da sola, cosa che non era mai capitata.  Non sapevo quando sarebbero tornate e non volevo farmi trovare senza far nulla, così ho iniziato a pulire le mensole in camera di Annamaria. Mentre spolveravo, tra i libri ne ho notato uno un po' più piccolo degli altri, mi sembrava di riconoscere dalla copertina il diario. Dopo un attimo di esitazione, incuriosita l’ho aperto e ho letto con avidità le ultime pagine, saltando da una giornata all’altra, cercando il mio nome tra le parole:
4 maggio
Stamattina Amina ha bruciacchiato il pane della colazione, forse a casa sua fanno così?! L’ho buttato quando si è girata. A volte non riesco a guardarla in faccia, quella carnagione e quel colore degli occhi, non li sopporto. Ho provato a chiamare Giovanna ma non ha risposto, sempre la solita storia.
5 maggio
Ho sognato che eravamo al mare, Giovanna era piccola e giocava con un’altra bambina. Poi le onde si ingrossavano e le chiamavo ma loro non sentivano. Provavo a urlare ma la voce non usciva. Allora correvo verso di loro. Poi Amina mi ha svegliata con il solito caffè: nel dormiveglia ho sentito che parlava tra sé e sé in quella lingua incomprensibile. Perché Giovanna me l’ha portata qui? Un'algerina... Non poteva trovare un'italiana? Ha fatto apposta, vuole farmi passare le pene dell'inferno in questi pochi anni che mi restano. 
6 maggio
Domani alle 9 ho appuntamento con il dott. Farini per il solito controllo del cuore, ma tanto a cosa serve? La pressione ce l’ho alta da sempre, Giovanna odia gli ospedali e sarà la solita lamentela dall’inizio alla fine. Non troveremo parcheggio, lei si agiterà, mi dirà che mi lascia all’entrata per poi passare tutto il tempo lì fuori a fumare.
Mentre sfogliavo le pagine per leggere le giornate precedenti, ho sentito il cancello chiudersi forte, come quando Giovanna era agitata e lo sbatteva. Ho preso al volo il telefono dalla tasca e scattato un po’ di foto. Ho rimesso immediatamente a posto il diario e sono corsa in bagno per non incrociarle mentre rientravano: avrebbero capito subito che qualcosa non andava. 

Sapevo che non sarei più riuscita a guardare la signora Annamaria con gli stessi occhi. Ero incredula: mi ero sinceramente affezionata a lei ed ero molto fiera del rapporto di fiducia che avevamo costruito pian piano. Perché fingeva di volermi bene, se dentro di sé mi disprezzava? Sembrava così dolce quando mi preparava il caffelatte e mi accarezzava i capelli, dicendomi sono così belli, noi italiane non ce li abbiamo così belli. E quando parlavo in arabo al telefono, mi guardava con una curiosità che aveva qualcosa di malinconico, di speciale. Era tutta una bugia? Un viscido modo di camuffare il suo razzismo?  Ribollivo di rabbia. Continuavo a ripetermi nella testa quel proverbio che mi aveva insegnato, “Fidarsi è bene, ma non fidarsi è meglio”. Ero troppo avvelenata per metterla di fronte alla sua mancanza di rispetto, volevo cercare delle risposte per conto mio: l’unica cosa che potevo riprendermi, se non il suo amore, erano i suoi segreti.
Un pomeriggio, mentre riposava sulla poltrona in salotto, sono entrata in camera sua per riprendere il diario. Ero preoccupata che si potesse svegliare, ma allo stesso tempo non mi importava più nulla. Che si svegli pure, pensavo, che provi anche lei come ci si sente ad essere traditi. Stupida vecchia!
Ho incominciato a sfogliare le pagine.
Le parti in cui insultava me e il mio paese: le avevo già lette.
Le parti in cui piagnucolava per il rapporto distrutto con quella cretina di Giovanna: anche quelle le conoscevo.
Volevo qualcosa di più, un insulto più razzista degli altri. Magari avrei potuto fare una foto e denunciarla.
Continuavo a voltare le pagine ma non trovavo niente, stavo perdendo la pazienza. Strattonavo la carta, per poco non la strappavo. Tra le ultime pagine qualcosa è saltato fuori: una lettera spiegazzata, sembrava molto vecchia e la grafia era diversa. Provando a decifrarla, ho perso la cognizione del tempo e mi sono riscossa solo quando ho sentito il cigolio della porta che si apriva. Ho infilato di fretta la lettera in tasca prima che Annamaria apparisse sulla soglia. 
I suoi occhi sono passati da me al diario sul letto. Poi di nuovo a me; ha perso la testa. Come avevo osato approfittare del suo momento di riposo per frugare tra le sue cose? Cosa pensavo di trovare, dei soldi? Quelli già me li dava senza riguardo, cosa volevo di più? Ladra di un’algerina! E lei che si era fidata. 
Me ne stavo immobile, ero congelata e nessuna parola usciva dalla mia bocca. Non avrei mai potuto recuperare la sua fiducia, che scema che ero stata. Cosa credevo di fare? Cercai in tutti i modi di spiegarle che non volevo rubare ma ero solo incuriosita da quel diario che teneva così gelosamente nascosto, così avevo approfittato del suo riposo per aprirlo e leggere qualche frase. Speravo che potesse capirmi e addolcirsi un po', in fondo era solo un diario... Al contrario Annamaria è andata su tutte le furie. Come hai potuto farmi questo? A casa tua si fa così? Ma come ti permetti? Non hai il minimo rispetto, con tutto l'aiuto che ti ho dato. Sei un'ingrata, vattene.
Ho perso il lavoro, la casa, e probabilmente anche il permesso di soggiorno, tutto in un colpo.
 
La mia vicenda a casa della signora Annamaria è finita così. Non l’ho più vista, e mai più la vedrò, immagino, perché tempo fa ho letto all’angolo di Via dei Mille il suo manifesto funebre: Ci ha lasciati per andare a sedere al fianco di Nostro Signore: ANNAMARIA LOMBARDO. Ne reca il triste annuncio la figlia Giovanna… Neanche lei ho più rivisto.
Ma ho pensato spesso a lei, a ciò che è accaduto e a ciò che invece non è accaduto: alla lettera che quel giorno ho trovato nel diario di Annamaria, recapitata il 30 aprile 1994 e che forse Giovanna non ha mai letto. Eccola:
 
Casa Circondariale di Catania “Bicocca”
Tangenziale Ovest, km 8
Casella postale n. 187
95030, Catania CT
 
A Giovanna Akhaar Lombardo
Via Fondazza, 12
40125, Bologna BO
N.B. In ottemperanza alla Legge 66/1992***, il mittente non ha accesso all’indirizzo del destinatario poiché detenuto per reati violenti. Le coordinate postali sono state apposte dall’Ufficio Postale della Casa Circondariale di Catania “Bicocca” e non saranno in alcun modo fornite al mittente, né saranno concesse ulteriori comunicazioni a meno di specifica approvazione scritta da parte del destinatario entro e non oltre 30 giorni dall’invio della presente.
Il contenuto della lettera non è stato visionato in ottemperanza alla Legge 23/1994*** che riconosce ai detenuti il diritto alla privacy nella corrispondenza privata, salvo eccezioni disposte dalla magistratura. Se il contenuto della lettera fosse considerato minatorio, offensivo o pericoloso, il destinatario è invitato a rivolgersi immediatamente alle Forze dell’Ordine.
25 aprile 1994 
All’interno della busta erano presenti due fotografie, che devono essere cadute quel giorno stesso durante la lite con Annamaria, e la lettera che segue. Mi sono permessa soltanto di aggiungere la traduzione di alcune parole arabe.
 
Catania, 25 aprile 1994
Cara Giovanna,
Oggi sono ancora il detenuto 68442, sembra una matricola della tua università, non trovi? So che sei iscritta alla facoltà di Legge. Qui in Italia ha un nome complicato. Sono orgoglioso di te, anche se tu non lo sai e forse non lo vuoi sapere.
Oggi, 25 aprile, in Italia è la giornata della libertà. Qui in carcere ho avuto tempo di approfondire le vicende della Resistenza, sono davvero interessanti. Tu che hai fatto la scuola di certo ne sai più di me.
Oggi è la giornata della libertà anche per me. Domattina alle 6.30 sarò rilasciato in anticipo per buona condotta. Ho fatto il bravo per uscire prima e rivederti. Nessuno sconto di pena per la famiglia a carico, tua madre non ha mai inviato i documenti che ho chiesto 12 anni fa.
Abnati (figlia mia), tanti anni fa io e tua madre eravamo persone diverse. Abbiamo fatto tanti errori, uno di questi è stato scoperto. Tua mdre era contraria all'inizio, ma la convinsi a partecipare perchè così potevamo pagarti l'università. Alla fine aveva ragione lei, come sempre. Non mi sorprende che non abbia più voluto vedermi.
Quel giorno, mentre eri a scuola, la polizia è arrivata a casa nostra coi cani e le pistole spianate. Un uomo ha urlato il mio nome. Disse ‘esci fuori con le mani in alto’. Io e la mamma eravamo nascosti in cucina, abbracciati, impauriti. L’uomo urlò il nome della mamma, anche lei fuori con le mani in alto. Mi venne un’idea: portai la mamma sul divano, le dissi di essere coraggiosa e di restare dentro, non uscire per nessun motivo. Le dissi di crescere nostra figlia lontano dai posti dove noi abbiamo vissuto, lontano dalle persone con cui noi abbiamo vissuto. Aprii la porta con le mani alzate e dissi ‘signore non sparare, zawjati (mia moglie) non sa niente, è colpa mia’.
Non è stato difficile prendersi tutta la colpa. Fingevo di non sapere bene l'italiano, di essere violento e cattivo. Tutto quello che si aspettavano da me. Un algerino è capace di qualunque cosa, una donna italiana è una brava persona. Ha il colore giusto per essere libera. La polizia ci ha creduto, gli avvocati e i giudici ci hanno creduto. Tutti quanti. Forse perfino tua madre ci ha creduto, visto che non è mai venuta a trovarmi in carcere, e nemmeno tu.
Cara Giovanna, domani non sarò più il detenuto 68442. Domani sarò di nuovo Karim Ahmed Akhaar. Tuo padre. Ho pagato il mio debito con l’Italia. Ora voglio solo riabbracciare mia figlia.
Attendo con ansia una tua risposta.
A presto, najmi (mia stella).